ASSOCIAZIONE CULTURALE MERIDIONALISTA - PROGRESSISTA

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mercoledì 29 maggio 2013

Omaggio e ricordo di Enrico Cajati grande pittore napoletano !



Omaggio e colorito ricordo da parte di Bruno Pappalardo riguardo Enrico Cajati, grande pittore e personaggio napoletano nato nel 1927 e scomparso nel 2002 :

di Bruno Pappalardo, 28.05.2013

Dieci anni, forse più, con lui! Tanti.
Altre volte mi è capitato di ricordarlo e ricordare quanto mi abbia lasciato.
Stavolta è diverso, stavolta, come spesso ci capitava dopo una lunga litigata, vorrei  ridere ancora con lui, come faceva lui, rumorosamente rotondo, chiaro, franco e trascinante. 
Capovolgere il criterio del ricordo, che nel bene e nel male, non è (inevitabilmente) mai vero ma modellato o deformato dal tempo e tendente al giudizio spesso  solo benevole.
Penso ai suoi straordinari pantaloni!

Li tirava su solo quando era assolutamente necessario.
Li teneva giù neppure accorgendosi fossero lì
Erano parte cellulare del suo corpo non dei suoi abiti.
I pantaloni stavano  a Cajati come una madre ad un proprio figlio.
Valeva lo stesso per il foulard al collo.
I pantaloni erano solo sporchi di pittura e pò di polvere perenne sottratta dai due “atelier”  in cui lavorava. La polvere non si adagiava sulle cose, come generalmente si crede, ma evolveva mentre cadeva, si rigenerava moltiplicando la propria massa.
Il soffitto, quello dello studietto di Santa Teresa degli Scalzi, un sottoscala buio che dava al suo locale illuminato da un doppio neon,  aveva una naturale cupola bianca che calava negli angoli creando quattro vele triangolari barocche; …era un enorme straordinaria ragnatela, una struttura solida e ingegneristicamente irripetibile  che sormontava la stanzetta curvando tutti gli angoli.  Avvolgeva anche un consapevole piccolo orsacchiotto fulvo resto di momenti felici della sua vita e, in quei tempi, peluche.

Dimenticavo i pantaloni! Erano di stoffa buona. Amava il risvolto esterno, quello dell’alta sartoria dei primi anni del ‘900 e che tecnicamente serviva ad appiombare la caduta delle righe dei calzoni .
Ma quel piombo, a lui, ad Errico non serviva. L’impressione, infatti, era quella di una ammasso eccessivo della lunghezza della stoffa che faceva ensemble, ammassamento sulle scarpe. Ad Errico (non Enrico) piaceva e che riteneva combinasse perfettamente con le scarpe sempre nere, alla francese, ossia sfilanti con punte allungate e lucide.
Era anche determinato da un paio di gambe molto corte ma ciò che mancava in centimetri era direttamente sproporzionato all’altezza  della capacità elaborativa del suo cervello che produceva un inferno di parole e concetti, tra il paradossale e l’estrema logica, tra il recitato e il delirio della battuta, mirata e irresistibile.
Di umile nascita, era attratto dalla monarchia sabauda come per il "Duce" e non sapeva, anche se talvolta reclamava parentele di più antichi titolati, d’essere il più nobile dei napoletani, degli artisti di questa città  e oltre e nonostante un borsone a tracolla che denunciava un disordine economico e rozzezza,  mai ho conosciuto animo più elegante e superbo.
Ciao Errico, spero sempre che tu mi segui sempre e se puoi,  quando hai tempo ,…damme na mano!
L’amico tuo Bruno
(…‘o comunista ‘e ‘mmerda)

Bruno Pappalardo

Descrizione sublime. Io lo conoscevo e frequentavo (un pò meno di Bruno ad onor del vero) ed era tutto proprio come scrive Bruno. Ci aggiungerei il capello incolto ed un costante sudore e affanno forse dovuto alle troppe cose che si portava addosso tra abiti, borse, sciarpe...ed il perenne giornale infilato nella tasca retrostante di quei pantaloni. Incredibilmente anche a me m'appellava con qualcosa di simile riguardo al "comunista"...una persona incredibile, bellissima, col cuore, lo stupore e l'energia d'un bambino. Grandissimo Errico! E grazie Bruno....

Andrea Balìa

venerdì 17 maggio 2013

A proposito del massacro di Bronte...


I fatti di Bronte, noti anche come strage o massacro di Bronte, sono un tragico episodio del Risorgimento avvenuto nell'omonima città, nell'agosto del 1860, quando, in seguito ad una insurrezione popolare, le truppe garibaldine, comandate da Nino Bixio, furono chiamate a ristabilire l'autorità del governo dittatoriale di Garibaldi, compiendo degli arresti tra la popolazione civile, ai quali seguì un processo sommario che portò alla condanna a morte, con conseguente esecuzione per fucilazione, di diversi brontesi.


La chiesa davanti a cui Bixio compì il massacro... 

" sulla verità dei fatti gravò la testimonianza della letteratura garibaldina de il complice silenzio di una storiografia che s'avvolgeva nel mito di Garibaldi, dei mille, del popolo siciliano liberato(...). E non è che non si sapesse dell'ingiustizia e della ferocia che contrassegnarono la repressione : ma era come una specie di << scheletro nell'armadio >> : tutti sapevano che c'era, solo non bisognava parlarne, per prudenza, per delicatezza, perchè i panni sporchi, non che lavarsi in famiglia, non si lavano addirittura".

Leonardo Sciascia
dall'introduzione al libro di Benedetto Croce su "Nino Bixio a Bronte" (1963)

mercoledì 15 maggio 2013

Dati SVIMEZ....il dramma del Sud!



Lavoro : Svimez,-300.000 posti Sud da 2008
la meta' posti persi e' nell'industria

Lavoro:Svimez,-300.000 posti Sud da 2008
(ANSA) - ROMA, 9 MAG - Negli ultimi quattro anni nel Mezzogiorno si sono persi oltre 300.000 posti di lavoro, il 59% dei posti persi nell'intero territorio nazionale: lo sottolinea lo Svimez che ha elaborato i dati Istat tra il 2008 e il 2012 precisando che il 59,5% delle perdite complessive si e' registrato in un'area che occupa solo il 27% degli occupati nel Paese. Quasi la meta' dei posti di lavoro persi (141.000 su 301.270) erano nell'industria.

Fonte : Ansa.it

sabato 4 maggio 2013

Orfani di patria



Orfani di patria

Fu una delle più grandi ondate migratorie di tutti i
tempi: alle popolazioni meridionali, sconfitte e
colonizzate altro non rimaneva che battere la via
dell’oceano: “Partetemmo pè mmare, eravamo
sciumme!” [partimmo per mare ed eravamo un
fiume]: i porti di Napoli e Palermo diventarono i più
grandi centri di espatrio dei meridionali (Genova lo fu
per gli emigranti settentrionali).
Pasquale D’Angelo così descriveva il suo commiato
dalla madre “ :

Mi gettò le braccia al collo singhiozzando e mi strinse a sè. Serrato nel buio di quell’abbraccio stretto, chiusi gli occhi e piansi. Piangevamo entrambi, fermi sui gradini, ed ella mi baciava e ribaciava le labbra. Sentivo le sue lacrime calde irrigarmi il volto. “Tornerò presto”, le dicevo singhiozzando “Tornerò presto”
Ma non fu così. I timori della mamma presagivano la verità. Non ritornai mai più. Mi strinse ancora fra le braccia,quasi volesse farmi addormentare sul suo petto. E tornò a baciarmi.
Così rimanemmo a lungo finchè su di noi discese una gran pace”

Tratto da: Gli emigranti vittoriosi, Mondadori, Milano, 1972

su concessione di Rosanna Gadaleta (Responsabile Segreteria Organizzativa e Commissione Web e Comunicazione del Partito del Sud)

giovedì 2 maggio 2013

Dal nostro inviato di Rubriche Meridionali al IV Congresso del PdelSUD Arch. Bruno Pappalardo 28.04. 2013


28.04. 2013


Che dire, fossero tutti così i congressi politici apparirebbero dei consorzi conviviali,  non fosse per quello che s’intende letteralmente ma per la naturalezza, la spontaneità, per un forte e amichevole e conversevole confronto. Insomma nulla della serie “te la canti e te la suoni” come nelle altre adunanze. E’ vero, quasi tutti i congressi si somigliano ma non quello del 27 Aprile all’Hotel Golden Tulip Bellambriana a Roma del Partito del Sud. 
Gli altri hanno una precisa liturgia: una maggioranza fissa che applaude  qualunque cosa si dica e che parte dal fondo ma poi infiacca proseguendo verso il palco,  una piccola porzione di individui che critici, intervengono inizialmente come intemerati guerrieri, ma poi, al microfonino  incollettato di rosso,  dimostrano di non essere tanto arditi ed, infine, le prime due file, occupate da dignitari e pezzi grossi, ingaggiati apposta per immolarsi ad una fissa inespressività convenuta per telecamere e fotografi. 
Bene, il IV Congresso del Partito del Sud  si è contraddistinto, al contrario, dall’essere lontanissimo dal enfatico e insipido solito teatrino di eloquenze ridondanti e precostituite. Ha inseguito uno autentico dibattito tra amici e dove, dal tavolo dei dimissionari dirigenti e collaboratori, nasceva, volgendosi alla sala, il porgere sempre l’incessante e caparbia domanda: quale il nostro tracciato, quale la nostra strada, quali i valori e principi a cui riferirsi? Instancabile sempre la stessa risposta, mescolata in tutte le salse ed interventi, … progressisti, essere “ unitari e progressisti” 

Bruno Pappalardo